martedì 3 febbraio 2015

Nomi e pregiudizi

Questo blog nasce come tentativo di aprire spazi di riflessione sulla questione della disabilità. Il tema, che merita articolati approfondimenti data la sua complessità, richiede un esame teorico e pratico necessario per la comprensione e valutazione della società nella quale viviamo.  Non si è subito in grado di cogliere la soggettività altrui. Occorre una lunga e attenta riflessione perché “l’altro” non venga ridotto all’oggettività della sua condizione fisica e sociale. Pensiamo alla facilità con cui vengono classificati “gli altri” facendo riferimento alla loro patologia o ai loro limiti di funzionalità: ciechi, sordi, muti, invalidi, mutilati, paraplegici, tetraplegici, handicappati… o “diversamente abili”, per finire con l’espressione politicamente corretta, piuttosto inconsistente. Come direbbe Massimiliano Verga, “è il virus del politicamente corretto che rende tutti più buoni, che trasforma lo spazzino in operatore ecologico, il controllore del tram in tutor di linea, il muratore in addetto all’edilizia. E via dicendo.” La classificazione dell’altro è pur sempre rassicurante e questo linguaggio rischia di diventare un modello con cui le stesse persone finiscono con il rappresentare loro stesse quando si trovano nella condizione di una malattia. Usciamo da questa falsificazione e torniamo allora alla domanda: ma come dobbiamo chiamarli costoro, se non possiamo definirli handicappati, diversamente abili…? Come suggerisce Adriano Pessina, chiamiamo ognuno di loro, di noi, per nome proprio: Camilla, Marica, Sebastiano... “Privare del nome proprio qualcuno per definirlo con il nome della sua patologia o delle sue limitazioni funzionali, significa porre le basi per mutare il senso stesso delle relazioni come relazioni di giustizia… Se la giustizia significa, secondo un detto antico, dare a ciascuno il suo, la prima cosa che dobbiamo ‘restituire’ agli altri è il senso della loro soggettività perché è nel nome proprio che sta il fulcro di ogni relazione. Può sembrare un paradosso ‘dare a ciascuno il suo’ perché se è suo non c’è bisogno di darglielo, e se non lo è non gli si deve nulla... (Ma) fa pensare al fatto che a qualcuno è possibile sottrarre proprio ciò che gli appartiene.”

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