Questo blog nasce come tentativo di aprire spazi di
riflessione sulla questione della disabilità. Il tema, che merita articolati
approfondimenti data la sua complessità, richiede un esame teorico e pratico necessario
per la comprensione e valutazione della società nella quale viviamo. Non si è subito in grado di cogliere la
soggettività altrui. Occorre una lunga e attenta riflessione perché “l’altro”
non venga ridotto all’oggettività della sua condizione fisica e sociale.
Pensiamo alla facilità con cui vengono classificati “gli altri” facendo riferimento
alla loro patologia o ai loro limiti di funzionalità: ciechi, sordi, muti, invalidi,
mutilati, paraplegici, tetraplegici, handicappati… o “diversamente abili”, per
finire con l’espressione politicamente corretta, piuttosto inconsistente. Come direbbe
Massimiliano Verga, “è il virus del politicamente corretto che rende tutti più
buoni, che trasforma lo spazzino in operatore ecologico, il controllore del
tram in tutor di linea, il muratore in addetto all’edilizia. E via dicendo.” La
classificazione dell’altro è pur sempre rassicurante e questo linguaggio
rischia di diventare un modello con cui le stesse persone finiscono con il
rappresentare loro stesse quando si trovano nella condizione di una malattia. Usciamo
da questa falsificazione e torniamo allora alla domanda: ma come dobbiamo
chiamarli costoro, se non possiamo definirli handicappati, diversamente abili…?
Come suggerisce Adriano Pessina, chiamiamo ognuno di loro, di noi, per nome
proprio: Camilla, Marica, Sebastiano... “Privare del nome proprio qualcuno per
definirlo con il nome della sua patologia o delle sue limitazioni funzionali,
significa porre le basi per mutare il senso stesso delle relazioni come
relazioni di giustizia… Se la giustizia significa, secondo un detto antico, dare a ciascuno il suo, la prima cosa
che dobbiamo ‘restituire’ agli altri è il senso della loro soggettività perché
è nel nome proprio che sta il fulcro di ogni relazione. Può sembrare un
paradosso ‘dare a ciascuno il suo’ perché se è suo non c’è bisogno di darglielo,
e se non lo è non gli si deve nulla... (Ma) fa pensare al fatto che a qualcuno
è possibile sottrarre proprio ciò che gli appartiene.”
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