sabato 14 febbraio 2015

Sirena (Mezzo pesante in movimento)

Un'opera autobiografica nella quale l'autrice Barbara Garlaschelli, apprezzata anche per le sue storie noir, racconta come all'età di sedici anni, tuffandosi in mare, si sia lesionata la quinta vertebra cervicale, perdendo l'uso delle gambe e parzialmente quello delle braccia. Dieci mesi di ricovero e un rigoroso programma riabilitativo (dall'agosto 1981 al giugno 1982), prima in Italia poi in Germania, non le hanno permesso di recuperare l'uso delle gambe. Sirena è la storia di quel periodo. La scrittrice ci fa sentire appieno la sofferenza fisica e psicologica che ha provato. Una sua dote innata è senz'altro la capacità di ironizzare sulle situazioni, anche le più drammatiche: in questo libro parla della necessità di dissacrare la realtà con le risate per poter sopravvivere. 

Il titolo allude al mare, luogo dell’incidente. In realtà l’acqua viene descritta anche in termini positivi, perché in essa si svolge parte della rieducazione. L’acqua del resto è simbolo di vita e Barbara la descrive come l’elemento che ha reso possibile la sua rinascita. Afferma di non averne paura e che anzi la sensazione del contatto con l’acqua è per lei piacevolissima: "Le braccia sono forti e in acqua ho tutta la resistenza, l’autonomia, la scioltezza che non ho e non avrò più sulla terraferma. Adoro la sensazione del mio corpo che dondola nel mare. Non è proprio libertà. È più liberazione. Ed è una sensazione mia. Soltanto mia."

La narrazione, suddivisa in tre parti, è intervallata da brevi digressioni più riflessive, la cui tematica ruota principalmente intorno alla corporeità. La seconda tratta del suo rapporto con il proprio corpo: "Osservo i muscoli rilassati, il seno e la pancia rotondi e morbidi, i fianchi abbondanti, le spalle quadrate, le braccia e le mani troppo magre rispetto al resto, le gambe lunghe e, nonostante l'inattività, ben tornite, e sento di volergli offrire un'altra chance. Si merita amore questo corpo, come quello di tutti. E non solo l'amore fisico, ma quello che posso offrirgli io. Devo imparare a proteggerlo e per farlo capisco che devo esplorarlo, fargli correre dei rischi. Usarlo... Poi basta una carezza data da qualcuno che ti ama, basta che percepisca il fremito di un desiderio inespresso e, con stupore, questo corpo torna a essere mio.”
La terza digressione affronta il tema del pudore che lei deve abbandonare, perché deve accettare che altri si prendano cura del suo corpo: “Ho imparato col tempo a capire che chi ti ama, chi ti vuole stare vicino, non ha problemi a gestire il tuo corpo. A parte i timori di sbagliare o di farti male, timori che si superano con l'esperienza. Tu sei nudo quando lo è lui, nudo di fronte alla propria fragilità. Che è la tua, ma è anche la sua. Ho imparato a lasciarmi toccare, aiutare, cullare. Amare. Amarmi.”
Inoltre, per lei non solo la vita sessuale è possibile, ma è anche soddisfacente; non parla di amore casto, bensì della possibilità di provare godimento in un rapporto sessuale, anche se ha perso la sensibilità in buona parte del corpo: “Le sue mani mi stanno cercando. Le vedo, è il mio modo per sentirle. La sua lingua mi sta solleticando. Non ho bisogno di vederla. Stranamente, d'istinto, lui atterra dove il mio corpo è sensibile. Mi solleva e non smette di baciarmi... Sa che voglio guardarlo mentre viaggia sul mio corpo silenzioso. E quando è dentro di me non ho più bisogno di tenere gli occhi aperti per sentire il mio corpo cantare.” 

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