Un'opera
autobiografica nella quale l'autrice Barbara Garlaschelli,
apprezzata anche per le sue storie noir, racconta come all'età di sedici anni,
tuffandosi in mare, si sia lesionata la quinta vertebra cervicale, perdendo l'uso delle gambe e parzialmente quello delle braccia. Dieci
mesi di ricovero e un rigoroso programma riabilitativo (dall'agosto
1981 al giugno 1982), prima in Italia poi in Germania, non le hanno permesso di recuperare l'uso delle gambe. Sirena
è la storia di quel periodo. La scrittrice ci fa sentire appieno la
sofferenza fisica e psicologica che ha provato. Una sua dote innata è
senz'altro la capacità di ironizzare sulle situazioni, anche le più
drammatiche: in questo libro parla della necessità di dissacrare la
realtà con le risate per poter sopravvivere.
Il titolo
allude al mare, luogo dell’incidente. In realtà
l’acqua viene descritta anche in termini positivi, perché in essa
si svolge parte della rieducazione. L’acqua del resto è simbolo di
vita e Barbara la descrive come l’elemento che ha reso possibile la
sua rinascita. Afferma di non averne paura e che anzi la
sensazione del contatto con l’acqua è per lei piacevolissima: "Le braccia sono forti e in acqua ho tutta la resistenza,
l’autonomia, la scioltezza che non ho e non avrò più sulla
terraferma. Adoro la sensazione del mio corpo che dondola nel mare.
Non è proprio libertà. È
più liberazione. Ed è una sensazione
mia. Soltanto mia."
La narrazione, suddivisa in tre parti, è
intervallata da brevi digressioni più riflessive, la cui tematica
ruota principalmente intorno alla corporeità. La seconda tratta del
suo rapporto con il proprio corpo: "Osservo i muscoli
rilassati, il seno e la pancia rotondi e morbidi, i fianchi
abbondanti, le spalle quadrate, le braccia e le mani troppo magre
rispetto al resto, le gambe lunghe e, nonostante l'inattività, ben
tornite, e sento di volergli offrire un'altra chance. Si merita amore
questo corpo, come quello di tutti. E non solo l'amore fisico, ma
quello che posso offrirgli io. Devo imparare a proteggerlo e per
farlo capisco che devo esplorarlo, fargli correre dei rischi.
Usarlo... Poi basta una carezza data da qualcuno che ti ama, basta che
percepisca il fremito di un desiderio inespresso e, con stupore,
questo corpo torna a essere mio.”
La
terza digressione affronta il tema del pudore che lei deve abbandonare,
perché deve accettare che altri si prendano cura del suo corpo: “Ho
imparato col tempo a capire che chi ti ama, chi ti vuole stare
vicino, non ha problemi a gestire il tuo corpo. A parte i timori di
sbagliare o di farti male, timori che si superano con l'esperienza.
Tu sei nudo quando lo è lui, nudo di fronte alla propria fragilità.
Che è la tua, ma è anche la sua. Ho imparato a lasciarmi toccare,
aiutare, cullare. Amare. Amarmi.”
Inoltre,
per lei non solo la vita sessuale è possibile, ma è anche
soddisfacente; non parla di amore casto, bensì della possibilità di
provare godimento in un rapporto sessuale, anche se ha perso la
sensibilità in buona parte del corpo: “Le sue mani mi
stanno cercando. Le vedo, è il mio modo per sentirle. La sua lingua
mi sta solleticando. Non ho bisogno di vederla. Stranamente,
d'istinto, lui atterra dove il mio corpo è sensibile. Mi solleva e
non smette di baciarmi... Sa che voglio guardarlo mentre viaggia sul
mio corpo silenzioso. E quando è dentro di me non ho più bisogno di
tenere gli occhi aperti per sentire il mio corpo cantare.”

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